Privacy policy: informazione sui cookies tecnici necessari per il funzionamento del sito - clicca per approfondire o chiudi la pagina se non accetti le condizioni.

Disegni per la didattica

Fiabe da passeggio

Alcune note, altre meno. Alcune illustrate, alcune anche no, da portare a spasso.


Tremotino
L'oca d'oro
Il re Bazza di Tordo
La mucca con gli stivali

Favole senza draghi


Lo gnomo Tremotino.

Nel paese delle fiabe capita che quando il re vuole sposarsi non ha che l'imbarazzo della scelta: si fa un giro del proprio regno e si sceglie la fanciulla piu' bella, mettendo da parte i sentimenti. Se il re e' anche pigro, non deve scomodarsi, e gli basta organizzare una serata di gala per veder sfilare a corte le pretendenti.
Aggiungiamo che c'e' della gente disposta a tutto pur di vedere la propria figlia sposare un re, o quantomeno un principe, quindi la cosa non e' troppo difficile.
Si fa piu' complessa se il re va in giro a cercar moglie per il regno di qualcun altro, come capito' con Paride e Elena, ma non e' il nostro caso.
Tornando a noi, in genere la prescelta e' semplicemente la piu' bella del reame; non quella che piace, ma la piu' bella, la quale, da parte sua non ha nulla da ridire sulle nozze.
In qualche caso, pero', questa tradizione genera qualche inconveniente, come capito' alla sprovveduta figlia di un mugnaio, il quale mise in giro la voce che la sua giovane erede di nulla sapeva filare il fieno trasformandolo in oro.
Quando questa fantasia giunse alle orecchie del re, avido, ecco che al mugnaio arrivo' l'ordine di portare la figlia a corte.
Al diavolo anche la bellezza: una donna che trasforma il fieno in oro e' la moglie giusta per un re.
Nemmeno sappiamo che nome ha la ragazza, ma non e' il suo nome ad essere importante. Ella deve solo saper filare il fieno trasformandolo in oro, come racconta suo padre.
Per fortuna, ah, la fortuna, il re nemmeno vuole assistere a questo prodigio: per questo la giovane aspirante sposa viene rinchiusa nel fienile del castello perche' trasformi il fieno in oro. Ha l'intera notte per farlo.
La poveretta, rimasta sola, scoppia a piangere.
Nel buio del fienile, sicuramente disturbato dal pianto, ecco che appare un piccolo gnomo.
I due nemmeno si presentano; la ragazza spiega la drammatica situazione.
Gli gnomi, questa e' un'altra cosa normale nelle fiabe, sono in grado di fare le cose piu' disparate; quello che compare in questa storia e' capace di filare il fieno in oro, anche se vuole qualcosa in cambio.
La ragazza non crede alle sue orecchie, e gli offre la collana che porta al collo. Lo gnomo accetta lo scambio.
Cosi' fu che la mattina seguente la ragazza si fece trovare dal re con una bella serie di rocchetti di fili d'oro. Il re, a questo punto, dovrebbe sposarla il giorno stesso, ma non sarebbe abbastanza re se non volesse ancora piu' oro, e quindi fa rinchiudere la prodigiosa fanciulla nel fienile per un'altra notte, dopo aver passato il giorno a riempirlo di fieno.
La ragazza aveva un sola speranza: che lo gnomo comparisse di nuovo. Eccolo spuntare fuori dal nulla, ma questa volta la fanciulla non aveva piu' nulla da offrire in cambio. Nulla che possa interessare al piccoletto.
Lo gnomo le fece una proposta: le chiese in cambio il primogenito.
Senza pensarci troppo, la ragazza veramente sprovveduta accetto', e durante la notte lo gnomo filo' talmente tanto oro da soddisfare persino l'avidita' del re.
Il Re, finalmente convinto, mentenne la promessa e organizzo' le nozze. La ragazza, colta da un improvviso colpo di genio, si fa promettere che, una volta sposata, non avrebbe dovuto filare altro oro.
Non fu un lieto fine, ma un buon intermezzo, durante il quale re e regina vissero felici e spensierati, finche', davvero brutto a dirsi, nacque il primo figlio, un bel maschietto. Non fu brutto il fatto in se', intendiamoci bene, ma tanto il fatto che lo gnomo si presento' a reclamare il neonato, secondo il patto scellerato che la ragazza aveva fatto.
La regina, disperata, cerco' di convincere lo gnomo che quanto promesso non poteva essere mantenuto, e il piccoletto, da parte sua, sembro' ancora farsi intenerire dalle lacrime della ragazza. Perfido, il piccoletto cambio' il patto: avrebbe rinunciato al bambino e sarebbe sparito per sempre se la regina avesse pronunciato il nome dello gnomo entro tre giorni.
La regina trascorse tutta la notte sveglia, non a filare oro, ma a compilare un lungo elenco di nomi, che andava da Abatino a Zuzzurro. Si avvalse della facolta' di farsi dare una mano dai sapienti del reame, i quali, se fossero stati davvero saggi, avrebbero dato al re migliori consigli circa il matrimonio.
Passo' dunque il primo giorno, e puntuale apparve lo gnomo. La regina comincio' a leggere la lista di nomi, ma non c'era quello del terribile e astuto piccoletto.
E' superfluo raccontarlo, ma di fatto nemmeno dopo il secondo giorno fu pronunciato il nome dell'ignobile essere, per quanto l'intera popolazione si cimento' con la regina a sciorinare nomi fino anche a citarne di mai sentiti. Non era valido ne' Gianpieralberto ne' Filippantonio. Carluigino e Pietrandrea men che meno.
Solo la sorte poteva aiutare la regina, e non manco'.
Quando il terzo giorno, verso sera, alla presenza di tutti si trovarono di fronte il perfido gnomo e la regina sprovveduta, il colpo di scena: la donna in lacrime consegno' il proprio figlio al nanetto, che a fatica riusciva a tenerlo in braccio.
Soddisfatto per aver trionfato, il piccoletto chiese alla regina il nome del maschietto.
"Tremotino" rispose lei.
A questa parola lo gnomo spari' nel nulla, perche' Tremotino era anche il suo nome, come scritto nel titolo del racconto.

Torna all'elenco

L'oca d'oro

Le fiabe, in gran parte attibuite a due fratelli, sono in realta' racconti tramandati da persona a persona, da una generazione all'altra. E' normale quindi che vengano cambiate, in base a come uno se le ricorda.
Capita poi che qualcuno faccia confusione e raccontando una storia la mescoli con un'altra. Senza dubbio la fiaba dell'oca d'oro deve aver avuto un percorso piuttosto tortuoso.
Racconta di un giovane che era considerato tanto ingenuo da essere chiamato Grullo. Non se la passava tanto bene; anche i suoi parenti lo trattavano male. Lui pero' non se ne curava, perche' se tutti pensavono fosse un ingenuo, era in realta' un ragazzo buono.
Era l'ultimo di tre fratelli.
Un giorno il maggiore dei tre ando' nel bosco a tagliare la legna. La madre gli diede una bella focaccia e una bottiglia di vino. Arrivato nel bosco, incontro' un tipo strano, un vecchio, che gli chiese un pezzo della focaccia e un sorso di vino.
"Non se ne parla nemmeno" rispose il giovane, e ando' per la sua strada. Trovato un grosso albero, prese la scure per tagliarlo, ma gli cadde sul piede, costringendolo a tornare a casa zoppicando per il dolore.
Non immagino' che quanto successo era dovuto alla maledizione lanciata dal vecchio tipo strano.
La stessa cosa capito' al fratello di mezzo. Andato nel bosco, anche lui incontro' il vecchio omino, e anche lui rifiuto' di dargli da mangiare e da bere.
Trovato l'albero da tagliare, dopo due colpi si fece male a una spalla e dovette tornare a casa.
Fu Grullo allora a prendere la scure e ad andare nel bosco, mentre i suoi fratelli lo deridevano e sua madre, che non aveva fiducia in lui, con disprezzo gli diede una focaccia mezza bruciata e il vino andato a male.
Arrivato nel bosco, Grullo, come i suoi fratelli, incontro' l'omino strano. Indovinate un po', anche a lui l'omino chiese da mangiare.
Al contrario dei fratelli, il buon Grullo accetto' di dividere il suo pranzo: "Ho soltanto una focaccia mezza bruciacchiata - gli disse - e il vino e' acido, ma se ti va bene te ne posso dare una parte".
Mangiarono e bevvero, poi il vecchio strano gli disse: "Hai un cuore buono e dividi volentieri con altri quello che e' tuo. Per questo voglio premiarti. Guarda quel vecchio albero; abbattilo e troverai qualcosa nelle radici."
Grullo fece come gli fu detto, e dietro l'albero abbattuto trovo' un'oca con le piume d'oro.
La prese in braccio e torno' a casa, ma siccome era ormai buio, si fermo' a passare la notte in una locanda, pagando con una piuma d'oro dell'oca.
Il padrone della locanda aveva tre figlie che, vedendo l'oca, non seppero frenare la loro curiosita' e men che meno il desiderio di impossessarsi delle preziose piume. La maggiore delle sorelle aspetto' che Grullo si addormetasse per afferrare l'oca, quando, per magia, le sue mani rimasero appiccicate all'oca. Dietro di lei arrivono le altre due figlie che appena le si avvicinarono rimasero appiccicate alla sorella.
Le tre passarono la notte una attaccata all'altra, tutte e tre attaccate all'oca.
La mattina, quando Grullo si alzo', prese in braccio l'oca e se ne ando', senza badare alle tre ragazze, che furono costrette a seguirlo, incapaci di staccarsi dall'oca.
Un contadino che andava per i campi, invece, noto' la cosa e con l'intenzione di aiutare le tre sorelle si avvicino' all'ultima della strana fila, finendo con rimanerci attaccato anche lui.
Grullo procedeva ignaro di portarsi dietro una strampalata processione.
Un mercante e i suoi due aiutanti fecero per accorrere in aiuto del contadino, ma anche loro gli rimasero attaccati, rendendo la fila piu' lunga e piu' comica.
Passava da quelle parti il re con sua figlia, che era affetta da un male terribile: la principessa era sempre triste, e niente la faceva divertire. Per questo il re aveva stabilito che sarebbe andata in sposa a colui che fosse riuscito a farla ridere.
Quando vide la scena di Grullo che si trascinava dietro sette persone appiccicate tra loro, la principessa comincio' a ridere, e non la smetteva piu'.
Il re si commosse al vedere la figlia ridere, ma quando i suoi sudditi gli ricordarono quanto promesso sulla sorte della principessa, torno' serio, considerando poco opportuno che la figlia andasse in sposa a uno noto come Grullo.
Il giovane, che era grullo solo di nome, reclamo' la mano della ragazza, che da parte sua sarebbe stata ben felice di sposarsi con un uomo buono e divertente, ma il re cerco' mille scuse per opporsi.
Pretese che prima Grullo doveva portargli un uomo capace di mangiare una montagna di pane.
Grullo penso' subito al vecchio omino che gli aveva dato l'oca d'oro.
Ando' nel bosco dove aveva abbattuto l'albero e lo trovo' seduto, con la faccia tutta triste. Il giovane domando' che cosa lo addolorasse tanto. "Come ricorderai, ho tanta fame e non ho da mangiare"
Grullo lo condusse a corte, dove il re aveva fatto raccogliere tutta la farina del regno e l'aveva fatta cuocere in un'enorme montagna di pane. Il vecchio omino strano non si fece pregare: prima che fosse sera aveva divorato tutto.
Il re trovo' un'altra scusa per non far sposare la figlia con Grullo: doveva portargli un uomo in grado di bere tutto il vino che stava nelle cantine del palazzo reale.
Grullo si reco' nuovamente nel bosco e trovo' l'omino che si teneva la pancia. "Forse ho mangiato troppo. Avrei bisogno di bere qualcosa". Udendo queste parole, Grullo lo porto' di nuovo a corte, e sceso in cantina, l'omino vuoto' le cento botti di vino del re.
Indispettito, il re disse a Grullo che avrebbe fatto sposare la figlia solo in cambio di una nave capace di viaggiare sia per mare che per terra.
Pensate forse che un vecchio omino strano, che regala oche con le piume d'oro ed e' capace di bersi cento botti di vino non abbia un mezzo di trasporto del genere?
Furono dunque celebrate le nozze, Grullo eredito' il regno e visse felice.
Le tre ragazze, il contadino, il mercante e i suoi due aiutanti stanno ancora cercando di staccarsi dall'oca dalle piume d'oro.

Torna all'elenco
Il re Bazza di Tordo

Un re aveva una figlia bellisma, ma anche molto antipatica, che riteneva tutti i pretendenti indegni di lei. Respingeva tutti gli uomini, uno dopo l'altro, deridendoli.
Una giorno il re suo padre organizzo' una festa, sperando con nell'occasione la figlia trovasse un marito.
I pretendenti furono messi in fila e condotti al cospetto della principessa, ma per ciascuno di loro lei trovava qualcosa da ridire, cosi' uno era troppo grasso: "Un elefante!" un altro era troppo alto: "Una giraffa!", uno troppo piccolo: "Sono piu' alti i miei nani da giardino!", il quarto troppo pallido: "Oh, un fantasma!", e cosi' via. Trovava sempre qualcosa da ridire su ciascuno; in particolare derise un re che aveva il mento un po' ricurvo. "Oh - gli disse ridendo - quello ha il mento come il becco di un tordo!"
Da quel momento lo chiamarono Bazza di Tordo.
Il vecchio padre si arrabbio' vedendo la figlia prendersi gioco dei pretendenti, e giuro' di darla in moglie al primo mendicante che bussasse alla sua porta.
Alcuni giorni dopo un suonatore si mise a cantare sotto la finestra del palazzo, chiedendo l'elemosina.
Quando il re lo senti', mando' a prenderlo: era un suonatore davvero lurido e vestito di stracci. Canto' davanti al re e a sua figlia e, quando ebbe finito, domando' una modesta ricompensa.
Il re disse: "Ecco la mia ricompensa: mia figlia!"
La principessa inorridi', ma il re mantenne la promessa fatta e fece celebrare le nozze, poi disse: "Non voglio che la moglie di un mendicante abiti nel mio castello, ora vattene con tuo marito".
Il mendicante se ne ando' portandosela via.
Arrivarono in un grande bosco e la giovane ripudiata principessa chiese: "Questo bel bosco a chi appartiene?"
"A re Bazza di Tordo. Sarebbe tuo non l'avessi rifiutato".
Poi attraversarono un grande prato e la giovane sposa chiese ancora: "Questo prato a chi appartiene?"
"A re Bazza di Tordo. Sarebbe tuo non l'avessi rifiutato".
Arrivarono infine in una grande citta' con palazzi di lusso dai tetti colorati. La sposa chiese: "Che bella citta'! A chi appartiene?"
"A re Bazza di Tordo. Sarebbe tuo non l'avessi rifiutato".
Attraversata la citta', giunsero ad una piccola casetta: "O cavolo! E questa casetta cosi' piccola, a chi appartiene?"
"E' la mia casa e adesso anche la tua, dove abiteremo insieme".
"Dove sono i servi?"
"Ma quali servi! Devi farti da sola cio' che e' necessario. Accendi subito il fuoco e getta la pasta, che io sono stanco morto"
Ma la principessa non sapeva accendere il fuoco e cucinare, e il marito dovette darle una mano.
Quand'ebbero finito la cena, andarono a dormire, ma il mattino presto, l'uomo fece svegliare la moglie perche' sbrigasse le faccende di casa. Dopo alcuni giorni le disse: "Moglie, non possiamo continuare a mangiare senza guadagnare. Farai dei canestri di paglia" Ma la giovane che fu principessa si feri' facilmente le mani delicate.
"Non e' il tuo mestiere. Forse e' meglio che fili la lana"
Ma il filo era duro e la sposa si feri' di nuovo le mani.
"Non sei buona a nulla: con te sono capitato male - disse il marito - Proviamo a commerciare in pentole e stoviglie di terracotta: venderai la merce al mercato"
"Ma se viene al mercato gente dal regno di mio padre, e mi vede seduta a vendere, si prendera' gioco di me!"
Ma non c'era alternativa, e la donna comincio' a vendere pentole e vasi di terracotta.
Non le andava tanto male, perche' per la sua bellezza erano in tanti a comprare da lei.
Finche' un giorno un soldato a cavallo, ubriaco, arrivo' di corsa al mercato, finendo tra i vasi della donna e mandandoli in mille pezzi.
Ella si mise a piangere, disparata.
Corse a casa e quando torno' il marito gli racconto' quanto successo.
"Sono stato al castello del nostro re Bazza di Tordo e ho saputo che hanno bisogno di una sguattera; mi hanno promesso che ti prenderanno, cosi' ti guadagnerai da vivere".
Fu cosi' che la principessa divenne una serva.
Arrivo' il giorno in cui si celebrarono le nozze del re, e la serva fu portata a servire nella sala principale. Quando arrivo' il re, tutto vestito d'oro e la vide, cosi' bella, la prese per mano e le chiese di ballare.
Ma lei rifiuto' riconoscendo il re Bazza di Tordo, vergognandosi per averlo respinto e preso in giro.
Guardando bene, noto' che assomigliava in modo incredibile al marito.
Il re Bazza di Tordo le disse: "Non aver paura. Io sono tuo marito. Sono il suonatore, e sono anche il soldato che ti ha rotto le stoviglie. Ho fatto tutto questo per farti capire quanto sia sbagliata la tua arroganza. Ma ora hai imparato la lezione, e finalmente festeggeremo le nozze".
Questo avvenne alla presenza del padre della sposa, complice del piano per far cambiare il carattere della figlia, e degli abitanti dei due regni.
Io invece ero impegnato altrove.

Torna all'elenco

La mucca con gli stivali

C'era una volta un mugnaio la cui ricchezza consisteva in tre figli.
Prima di morire li chiamo' e divise tra loro i pochi beni materiali che possedeva.
Al figlio maggiore lascio' in eredita' il mulino, al secondo una mucca, al terzo il gatto e un paio di stivali.
Come si conviene, i tre ragazzi si misero in societa' e per prima cosa decisero di dare una sistemata al mulino che cadeva a pezzi, ma per fare questo occorrevano soldi. Decisero cosi' di vendere la mucca.
Andarono al mercato in paese, e vendettero la mucca a un ragazzo di nome Jack, famoso nella compravendita di bestiame.
In un'altra fiaba, Jack aveva venduto la vecchia mucca di famiglia in cambio di tre fagioli, li aveva seminati e li aveva fatti fruttare arricchendosi, e quindi aveva potuto comprarsi di nuovo una mucca, anche perche' sua madre continuava a fargli pesare la vendita di quella vecchia.
Con la mucca, i tre fratelli lasciarono a Jack il paio di stivali in omaggio.
Non sapendo cosa farsene, Jack mise gli stivali alla mucca e se ne torno' a casa.
Lungo la strada Jack ragionava sul fatto che la mucca aveva quattro zampe, quindi era necessario procurarsi un altro paio di stivali, e forse la mamma non sarebbe stata contenta.
Improvvisamente gli piombo' accanto un ragazzino che invece di camminare proceveda facendo lunghissimo salti: a ogni passo che faceva corrispondevano sette leghe.
Una lega corrisponde a circa due miglia; un miglio corrisponde a circa milleseicento metri, quindi quel ragazzo faceva piu' di ventidue chilometri con un solo passo.
Per poco non cadde addosso a Jack. Si schianto' invece contro la mucca, finendo per terra.
"Ma cosa fai?" chiese Jack "Stai un po' attento!".
Il piccolo ragazzo, a terra, si aggiusto' il cappello che gli era calato sulla faccia.
"E' colpa di questo cappello troppo grande. Gli stivali che indosso sono magici e si adattano ai miei piedi, ma il cappello, quello no, e mi cade sugli occhi. Per questo non vi ho visto. Ti chiedo scusa. Mi chiamo Pollicino".
Jack gli tese la mano e lo aiuto' ad alzarsi.
"Davvero hai degli stivali magici?" gli chiese.
"Si', ma comincio a essere un po' stufo. Corro avanti e indietro per conto del re tutto il giorno e non mi diverto piu' come prima".
"Vendimi gli stivali, allora. Mi servono per la mucca."
"Vedo che ne ha solo due - rispose Pollicino - pero' a me servono per lavorare."
"Posso darti in cambio un bicchiere di latte."
"Non mi sembra un buon affare, sinceramente, anche se ne assaggerei volentieri."
Jack allora si mise a mungere la mucca e fece bere il latte a Pollicino.
"E' buonissimo! Non posso venderti gli stivali, ma forse possiamo metterci in societa' e vivere bene vendendo il latte della tua mucca."
Fecero quindi un accordo vantaggioso per tutti: misero gli stivali magici alla mucca, le montarono in groppa e la spronarono.
La mucca, leggera come una libellula, volava da un paese all'altro, e in ogni posto dove si fermavano, i due soci vendevano il latte.
E vissero tutti felici e contenti, a parte il gatto, perche' qualcosa non gli tornava, e chi si sta chiedendo ancora cosa e' un mugnaio.

Torna all'elenco
Powered by Reliance